Una riflessione su emergenza sanitaria e reddito

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Negli ultimi mesi la stampa padronale e gli analisti in quota confindustriale sostengono con dovizia di particolari e fortissimo allarme che il problema principale della nostra economia e, aggiungono i meno provinciali, di quella europea ed occidentale in genere, sia quello della fuga dal lavoro di milioni di lavoratrici e lavoratori, soprattutto giovani o comunque di età inferiore ai quaranta anni.

Naturalmente, per quanto riguarda l’Italia, sostengono che il responsabile di questo scarso attaccamento alla fatica quotidiana sia da ricercare nel Reddito di Cittadinanza, strumento a loro dire dell’ozioso rifiuto di piegarsi a qualsiasi livello di retribuzione o condizione lavorativa da parte di quell’odiosa plebe che solo il quotidiano chinare la testa di fronte al lavoro salariato può in qualche modo nobilitare.

Il problema vero della struttura salariale italiana, al di là della miseria dei contratti regolari, è una diffusione generalizzata e ampiamente maggioritaria dei lavori proposti a giovani e donne è totalmente o in parte irregolare. La presenza del sommerso, o meglio del lavoro nero, è estremamente diffusa nel paese.

 

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